Ognuno è solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole
Ed è subito sera
IL BLOG DEL MONTINI
ROCK PROGRESSIVO,CINEMA E PANZANE VARIE
venerdì 20 aprile 2018
ROGER WATERS a Milano-- Assago Forum 18.04.2018
Se anche un rinomato caratteraccio come quello del buon Roger trova benefici dalla terza età indubbiamente abbiamo tutti speranza. Addirittura a fine concerto nel tripudio generale il nostro pare commuoversi per qualche secondo e si permette persino una discesa dal palco nelle prime file fra abbracci e strette di mano. Trasformazione incredibile per chi ha così ben raccontato in The Wall il suo difficile ruolo di rockstar e del conseguente rapporto con i fans. Per quel che riguarda l esibizione resta sorprendente come la musica dei Pink Floyd non conosca sorta d invecchiamento.Pare scritta ieri , assolutamente senza tempo ed alcuni intelligenti arrangiamenti riescono ad attualizzare maggiormente alcuni brani come ad esempio accade nella riuscitissima welcome to the machine.non sto ovviamente a recensire i brani che ben tutti conoscono.Basti dire che nella prima parte basata su Dark Side e wish were here la chiusura è affidata ad Another brick in the wall in trascinante versione con coro e balletto di una dozzina di alunni di una scuola milanese. La seconda parte vive di una mezz' ora straordinaria con DOGS E PIGS dal leggendario Animals. Un megaschermo raffigurante la fabbrica della copertina del disco cala in mezzo al pubblico ed il mitico maialino inizia a volteggiare per il Forum.La fantastica performance strumentale si integra in maniera distopica e straniante con le proiezioni video dove i moderni maiali e cani vengono raffigurati insieme a altre scene molto forti ed alle frasi più idiote di Trump,favorito bersaglio di Waters che con tanto di maschera da cane ulula e recita i versi dei cani in sottofondo.Chiusura giustamente affidata a Confortably Numb. Al contrario di altri dinosauri del rock che spesso e volentieri rientrano sulle scene l'operazione di Roger non risente di stanchezza nella narrazione che resta sempre assai coerente e mai scade nel patetismo tipico di queste operazioni nostalgia.
E allora concludiamo dicendo pure che andare a sentire il Verbo del grande bassista resta cosa buona e giusta....
E allora concludiamo dicendo pure che andare a sentire il Verbo del grande bassista resta cosa buona e giusta....
lunedì 2 aprile 2018
Tales From The Topographic Oceans -- YES
Barocco,
kitsch, autoindulgente, manierista, ultratecnico, questo doppio album
degli YES del 1973 è stato giudicato in tutti i modi più o meno
giustamente.
In realtà si tratta di un album estremo che si spinge nel bene e nel male al di là di tutti i limiti del rock come classicamente inteso già a partire dal concept, un riadattamento in musica dell' Autobiografia di uno yogi del maestro Paramhansa Yoganada.
Strutturalmente diviso in quattro suites della durata di circa 22 minuti ciascuna, l'album alterna momenti straordinari in puro stile YES ad altri compositivamente meno ficcanti, che sembrano talvolta voluti per contrastare le aperture melodiche ed immaginifiche della loro musica.
Nel primo movimento The revealing science of God-Dance of a dawn trova maggiormente spazio la voce angelica e suadente di Jon Anderson, che cura anche i testi dell'intera opera, e risulta il brano piu' convincente sotto l'aspetto melodico e di unitarietà della composizione.
SHRUTIS è il sottotitolo della suite che nelle note del disco è spiegato da Anderson stesso cosi':"Il riconoscimento di Dio è una ricerca costante e chiara. Nella contemplazione di un fiore, nella sua complessita e magia, si trova la scienza di Dio e così non dobbiamo dimenticare la canzone che ci è stata lasciata da ascoltare."
Il brano alterna momenti di intenso lirismo a squarci melodici meravigliosi e la padronanza degli strumenti dei componenti YES risulta al servizio della musica.
Il secondo movimento The remembering-high the memory viene condotto dalle tastiere di Rick Wakeman con lunghe parti sinfoniche e d'atmosfera che appesantiscono il brano, vocalmente meno melodico del precedente.
SURITIS è il sottotitolo della suite che come dice Anderson"tratta del ricordo, delle memorie della specie. Di come i nostri comportamenti, pensieri, impressioni, siano influenzati e controllati da queste memorie sviluppatesi nel corso di milioni di anni e nei nostri primi anni di vita."
Il terzo movimento è dominato nella composizione dalle chitarre acustiche ed elettriche di Steve Howe e le parti vocali sono ridotte al minimo. The ancient giants under the sun è il titolo del movimento che ricerca atmosfere "naturali" non sempre coinvolgenti.
Puranas è il sottotitolo del brano che le note descrivono come "il riflesso delle bellezze e dei tesori delle civiltà scomparse, indiane, centroamericane, atlantidee e delle immense conoscenze che ci hanno lasciato. Le prove delle memorie."
Ritual è il brano più famoso del disco e quello più eseguito dal vivo dalla band in versioni anche molto più lunghe. La struttura del brano è spesso in mano alla sezione ritmica di Chris Squire ed Alan White che si alterna alle bellissime linee vocali. Nella parte centrale del brano i due ricreano con basso e batteria un vero e proprio "rituale" in crescendo assolutamente straordinario. Gli strumenti rock spinti all'eccesso, oltre i loro limiti strutturali in una ricreazione immaginifica che trasporta al finale lirico della suite sono un pò il simbolo di quest'opera ambiziosissima, piena di pregi e di esagerazioni, ma assolutamente coraggiosa e rappresentativa del rock intellettuale dei '70 che cercava di esplorare e di ricercare ma anche di comunicare e fare riflettere.
Tantras(il sottotitolo)chiude così il disco:"sette note di libertà per imparare e conoscere il rituale della vita. La vita è una lotta fra le forze del male ed il puro amore. Bisogna diventare una sorgente positiva. Nous sommes du soleil. Noi siamo del sole. Noi possiamo vedere.
In realtà si tratta di un album estremo che si spinge nel bene e nel male al di là di tutti i limiti del rock come classicamente inteso già a partire dal concept, un riadattamento in musica dell' Autobiografia di uno yogi del maestro Paramhansa Yoganada.
Strutturalmente diviso in quattro suites della durata di circa 22 minuti ciascuna, l'album alterna momenti straordinari in puro stile YES ad altri compositivamente meno ficcanti, che sembrano talvolta voluti per contrastare le aperture melodiche ed immaginifiche della loro musica.
Nel primo movimento The revealing science of God-Dance of a dawn trova maggiormente spazio la voce angelica e suadente di Jon Anderson, che cura anche i testi dell'intera opera, e risulta il brano piu' convincente sotto l'aspetto melodico e di unitarietà della composizione.
SHRUTIS è il sottotitolo della suite che nelle note del disco è spiegato da Anderson stesso cosi':"Il riconoscimento di Dio è una ricerca costante e chiara. Nella contemplazione di un fiore, nella sua complessita e magia, si trova la scienza di Dio e così non dobbiamo dimenticare la canzone che ci è stata lasciata da ascoltare."
Il brano alterna momenti di intenso lirismo a squarci melodici meravigliosi e la padronanza degli strumenti dei componenti YES risulta al servizio della musica.
Il secondo movimento The remembering-high the memory viene condotto dalle tastiere di Rick Wakeman con lunghe parti sinfoniche e d'atmosfera che appesantiscono il brano, vocalmente meno melodico del precedente.
SURITIS è il sottotitolo della suite che come dice Anderson"tratta del ricordo, delle memorie della specie. Di come i nostri comportamenti, pensieri, impressioni, siano influenzati e controllati da queste memorie sviluppatesi nel corso di milioni di anni e nei nostri primi anni di vita."
Il terzo movimento è dominato nella composizione dalle chitarre acustiche ed elettriche di Steve Howe e le parti vocali sono ridotte al minimo. The ancient giants under the sun è il titolo del movimento che ricerca atmosfere "naturali" non sempre coinvolgenti.
Puranas è il sottotitolo del brano che le note descrivono come "il riflesso delle bellezze e dei tesori delle civiltà scomparse, indiane, centroamericane, atlantidee e delle immense conoscenze che ci hanno lasciato. Le prove delle memorie."
Ritual è il brano più famoso del disco e quello più eseguito dal vivo dalla band in versioni anche molto più lunghe. La struttura del brano è spesso in mano alla sezione ritmica di Chris Squire ed Alan White che si alterna alle bellissime linee vocali. Nella parte centrale del brano i due ricreano con basso e batteria un vero e proprio "rituale" in crescendo assolutamente straordinario. Gli strumenti rock spinti all'eccesso, oltre i loro limiti strutturali in una ricreazione immaginifica che trasporta al finale lirico della suite sono un pò il simbolo di quest'opera ambiziosissima, piena di pregi e di esagerazioni, ma assolutamente coraggiosa e rappresentativa del rock intellettuale dei '70 che cercava di esplorare e di ricercare ma anche di comunicare e fare riflettere.
Tantras(il sottotitolo)chiude così il disco:"sette note di libertà per imparare e conoscere il rituale della vita. La vita è una lotta fra le forze del male ed il puro amore. Bisogna diventare una sorgente positiva. Nous sommes du soleil. Noi siamo del sole. Noi possiamo vedere.
Surrealismo e Libertà - BUNUEL - L'ANGELO STERMINATORE
Troppo
spesso ultimamente si è scomodato a sproposito il termine capolavoro
per film inutili destinati fra qualche tempo all'oblio o per
kolossal/fumettoni alla "Signore degli Anelli".
Eppure per questa opera del 1962 del grandissimo maestro spagnolo LUIS BUNUEL non posso trovare altre definizioni più calzanti. L'esimio cineasta, sfruttando il linguaggio a lui caro del surrealismo firma una perfetta regia illuminata da una sceneggiatura di lucidissima intelligenza per analizzare con spietatezza la condizione di prigionia ed impotenza che affligge l'uomo.
La storia, molto semplice, tratta di un gruppo di raffinati borghesi ed artisti che dopo una cena ed una gradevole serata, restano imprigionati per un misterioso incantesimo in una stanza della villa. In questa paradossale situazione la loro educazione, i loro atteggiamenti cortesi, le loro buone maniere, subiscono un profondo mutamento, una degradazione. La loro falsa personalità, acquisita nel corso della loro vita e le loro certezze, crollano come castelli di carta, facendo emergere l'istintualità primaria, il disordine dell'inconscio, la perdita del controllo e del ritegno, l'aggressività.
Eppure per questa opera del 1962 del grandissimo maestro spagnolo LUIS BUNUEL non posso trovare altre definizioni più calzanti. L'esimio cineasta, sfruttando il linguaggio a lui caro del surrealismo firma una perfetta regia illuminata da una sceneggiatura di lucidissima intelligenza per analizzare con spietatezza la condizione di prigionia ed impotenza che affligge l'uomo.
La storia, molto semplice, tratta di un gruppo di raffinati borghesi ed artisti che dopo una cena ed una gradevole serata, restano imprigionati per un misterioso incantesimo in una stanza della villa. In questa paradossale situazione la loro educazione, i loro atteggiamenti cortesi, le loro buone maniere, subiscono un profondo mutamento, una degradazione. La loro falsa personalità, acquisita nel corso della loro vita e le loro certezze, crollano come castelli di carta, facendo emergere l'istintualità primaria, il disordine dell'inconscio, la perdita del controllo e del ritegno, l'aggressività.
Bunuel evidenzia come in un teatro delle marionette mistico, la ripetitività dei gesti, delle situazioni, dei vincoli che ci imprigionano e l'impotenza dell'uomo a spezzarli, demolendo peraltro con la sua impietosa analisi della borghesia, ogni differenza di classe sociale.
Semplicemente fantastico come il maestro spagnolo indaga per mezzo della telecamera nell'inconscio dei personaggi e nei loro deliri onirici, evidenziando perfettamente come l'uomo menta a se stesso, giustificando o rimuovendo quello che riguarda la sua prigionia e la sua impotenza giungendo così ad accettarla in maniera naturale, senza porsi fastidiose domande.
In quella stanza c'è il mondo, microcosmo e macrocosmo dove le leggi son sempre le stesse e gli attori/uomini "recitano" con i loro incubi ed istinti ancestrali e bestiali.
Altri simbolismi biblici e non permeano l'opera, come l'orso che si aggira per la casa pronto a cibarsi dei borghesi o gli agnelli che entrano nella stanza e, alla fine, nella cattedrale. Illuminante la sequenza finale dove il regista sottolinea l'inutilità del moderno rito cattolico e della morale della Chiesa con l'ennesimo meccanismo d'imprigionamento. La ripetività della vita. Altamente fondamentale!
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