Troppo
spesso ultimamente si è scomodato a sproposito il termine capolavoro
per film inutili destinati fra qualche tempo all'oblio o per
kolossal/fumettoni alla "Signore degli Anelli".
Eppure per questa opera del 1962 del grandissimo maestro spagnolo LUIS BUNUEL non posso trovare altre definizioni più calzanti. L'esimio cineasta, sfruttando il linguaggio a lui caro del surrealismo firma una perfetta regia illuminata da una sceneggiatura di lucidissima intelligenza per analizzare con spietatezza la condizione di prigionia ed impotenza che affligge l'uomo.
La storia, molto semplice, tratta di un gruppo di raffinati borghesi ed artisti che dopo una cena ed una gradevole serata, restano imprigionati per un misterioso incantesimo in una stanza della villa. In questa paradossale situazione la loro educazione, i loro atteggiamenti cortesi, le loro buone maniere, subiscono un profondo mutamento, una degradazione. La loro falsa personalità, acquisita nel corso della loro vita e le loro certezze, crollano come castelli di carta, facendo emergere l'istintualità primaria, il disordine dell'inconscio, la perdita del controllo e del ritegno, l'aggressività.
Eppure per questa opera del 1962 del grandissimo maestro spagnolo LUIS BUNUEL non posso trovare altre definizioni più calzanti. L'esimio cineasta, sfruttando il linguaggio a lui caro del surrealismo firma una perfetta regia illuminata da una sceneggiatura di lucidissima intelligenza per analizzare con spietatezza la condizione di prigionia ed impotenza che affligge l'uomo.
La storia, molto semplice, tratta di un gruppo di raffinati borghesi ed artisti che dopo una cena ed una gradevole serata, restano imprigionati per un misterioso incantesimo in una stanza della villa. In questa paradossale situazione la loro educazione, i loro atteggiamenti cortesi, le loro buone maniere, subiscono un profondo mutamento, una degradazione. La loro falsa personalità, acquisita nel corso della loro vita e le loro certezze, crollano come castelli di carta, facendo emergere l'istintualità primaria, il disordine dell'inconscio, la perdita del controllo e del ritegno, l'aggressività.
Bunuel evidenzia come in un teatro delle marionette mistico, la ripetitività dei gesti, delle situazioni, dei vincoli che ci imprigionano e l'impotenza dell'uomo a spezzarli, demolendo peraltro con la sua impietosa analisi della borghesia, ogni differenza di classe sociale.
Semplicemente fantastico come il maestro spagnolo indaga per mezzo della telecamera nell'inconscio dei personaggi e nei loro deliri onirici, evidenziando perfettamente come l'uomo menta a se stesso, giustificando o rimuovendo quello che riguarda la sua prigionia e la sua impotenza giungendo così ad accettarla in maniera naturale, senza porsi fastidiose domande.
In quella stanza c'è il mondo, microcosmo e macrocosmo dove le leggi son sempre le stesse e gli attori/uomini "recitano" con i loro incubi ed istinti ancestrali e bestiali.
Altri simbolismi biblici e non permeano l'opera, come l'orso che si aggira per la casa pronto a cibarsi dei borghesi o gli agnelli che entrano nella stanza e, alla fine, nella cattedrale. Illuminante la sequenza finale dove il regista sottolinea l'inutilità del moderno rito cattolico e della morale della Chiesa con l'ennesimo meccanismo d'imprigionamento. La ripetività della vita. Altamente fondamentale!

Capolavoro
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